09.09.2012 La città degli sportivi non è per cuori deboli

Migliaia di praticanti ma solo quattro impianti comunali hanno il salvavita. Toccherà alle società che li gestiscono mettersi in regola. Dubbi sulle scuole

 

LIVORNO. Otto atleti con la maglia amaranto alle ultime Olimpiadi di Londra, oltre trentamila praticanti a livello agonistico e centoventisei impianti dove si corre e si suda ad ogni ora del giorno, non bastano a fare di Livorno la capitale dello sport sicuro. Anzi. Soprattutto se hai il cuore debole oppure una malformazione mai diagnosticata e quindi la sfortuna di andare in arresto cardiaco saltando, palleggiando o calciando un pallone verso la porta.

«Se nell’impianto dove accade l’incidente c’è un defibrillatore e una persona che sa come usarlo – spiega Glauco Magini, ex primario dell’Utic e presidente dell’associazione “Amici del cuore” – la percentuale di sopravvivere dell’atleta si alza dal 4% al 20%».

Ad oggi, però, se il tuo cuore dovesse smettere di battere facendo attività fisica, per avere qualche chance in più di uscirne vivo avrebbe soltanto cinque possibilità di cui quattro legate ad impianti comunali, come il campo scuola “Martelli”, oppure le piscine della Bastia o alla Camalich, all’ippodromo Caprilli o anche palleggiando con la racchetta in mano al circolo del tennis della Libertas.

Questi impianti, al momento, sono, infatti, gli unici ad avere certificato all’interno della loro struttura la presenza di un defibrillatore semi-automatico di quelli che in caso di necessità colleghi con due elettrodi al paziente e quando è il momento premi un bottone per lanciare l’impulso per rianimarlo.

«Discorso a parte – spiegano dal 118 a cui va fatta la comunicazione della dotazione – riguarda le partite ufficiali dove la presenza di ambulanze medicalizzate è obbligatoria e quindi copre eventuali necessità». È il caso dello stadio Picchi, ma non solo.

Per altri cinquantasette giorni, tanti ne mancano all’entrata in vigore della riforma della Sanità che prevede un dispositivo salvavita in ogni impianto, il rischio, dunque, è quello di trovarsi nel posto sbagliato, nel momento di massima necessità. È accaduto così il 20 febbraio 2006 a Luca Stefanini, morto su un campo di calcetto in Corea a 20 anni. «Se ci fosse stato un defibrillatore – dice oggi la madre – avrebbe avuto una chance in più».

Nel novembre scorso lo stesso si può dire per Giovanni “Nanni” Castelli, l’ex capitano della pallavolo Tomei dei miracoli, crollato sul parquet dei Salesiani durante una partita di basket amatoriale. «Abbiamo provato a rianimarlo per un’ora», dissero i soccorritori sconsolati. Ma l’immagine che maggiormente ha choccato riguarda la tragedia di Piermario Morosini, centrocampista amaranto morto di calcio il 14 aprile scorso nonostante sul campo di Pescara ci fossero tre defibrillatori, due medici e un cardiologo.

In vista dell’entrata in vigore della nuova normativa, da venerdì gli uffici di Comune e quelli della Provincia sono al lavoro per fare una mappatura dettagliata dei salvavita presenti nei vari impianti per poi comunicare alle società che li gestiscono la necessità di dotarsene entro il 5 novembre.

«Gli impianti comunali sono ottanta», spiegano dall’ufficio sport. E per il momento solo quattro sono in regola. Perché tutti ne abbiano uno servono oltre 100mila euro visto che ogni defibrillatore costa tra i 1500 e i 1600 euro. Discorso diverso per gli impianti gestiti dalla Provincia, in particolare le palestre delle scuole, dove al mattino fanno educazione fisica gli studenti mentre di pomeriggio sono teatro di allenamenti per decine di società.

«L’unico istituto in regola – spiegano – è l’Iti di via Galilei». Una domanda alla quale ancora l’amministrazione non sa rispondere è che chi dovrà pagare. La legge, infatti, prevede che siano le società a provvedere, ma nel caso della Provincia servirebbe anche per gli studenti.

Fonte: IL TIRRENO

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