19.07.2012 Morì per un malore mentre giocava a calcetto: “Non ci sono colpevoli”

Chiesta l’archiviazione per i medici

Il caso di Daniele De Vita, ucciso da un arresto cardiaco nel 2010

Tribunale( foto Ansa)

Tribunale( foto Ansa)

Firenze, 19 luglio 2012 – Non c’è nessun responsabile per la morte di Daniele De Vita, il diciottenne crollato sul campo di calcio a 5 di Ponte a Greve appena cinque minuti dopo l’inizio di una partita del campionato Uisp il 18 marzo del 2010. Subito dopo la tragedia, il sostituto procuratore Concetta Gintoli aveva iscritto nel registro degli indagati, con l’accusa di omicidio colposo, i due medici che avevano concesso a Daniele l’idoneità agonistica.

Nel dicembre 2009, infatti, era emersa un’aritmia cardiaca con la necessità di fare degli accertamenti: così i genitori del ragazzo erano andati da fior di cardiologi per capire la situazione clinica del ragazzo. E dopo che a febbraio il cardiologo del Meyer lo aveva sottoposto a una visita, con prove da sforzo incluse, fu messo per iscritto che l’idoneità poteva essere concessa perché l’aritmia non era maligna. Pochi giorni dopo, Daniele era morto.

La procura, anche sulla base di una propria consulenza tecnica (che però viene parzialmente smentita), ha deciso di chiedere l’archiviazione dell’inchiesta perché, nella vicenda di Daniele, i due medici avrebbero comunque seguito regolarmente i protocolli cardiologici per il giudizio di ideoneità allo sport agonistico: «Stante il basso rischio aritmico, sia a riposo che da sforzo, rilevato all’esito dell’accertamento, risulta evidente che non sussistessero i presupposti per negare l’idoneità al giovane atleta, né le indicazioni per procedere all’ablazione trans-catetere della via di conduzione accessoria».

Inoltre — sostiene sempre la procura — il parere finale dei consulenti tecnici dell’accusa, pur censurante il comportamento degli indagati sia in relazione alla scelta diagnostico-terapeutica effettuata, sia in relazione all’espresso giudizio di idoneità, «risulta apodittico, soggettivo e presumibilmente influenzato da criteri di valutazione a posteriori».

Insomma, leggendo fra le righe, appare chiaro un principio: i medici avranno sì seguito correttamente quei Protocolli, ma allo stesso tempo quei Protocolli sono tutt’altro che sufficienti a impedire che tragedie come quelle di Daniele si verifichino.

Ed è per questo che l’avvocato Eriberto Rosso, legale dei genitori del ragazzo, ha presentato nei giorni scorsi all’ufficio del gip l’atto di opposizione alla richiesta di archiviazione. La madre di Daniele, Giovanna, non si vuole arrendere e chiede giustizia: «Quei protocolli sono insicuri, il caso di mio figlio lo dimostra, ma chiedere l’archiviazione, fare finta di nulla, non aiuta certo a far sì che le cose cambino e che i protocolli vengano rivisti. Non è possibile che non sia mai colpa di nessuno. Non è possibile che la morte di Daniele sia stata solo sfortuna».

Fonte: LA NAZIONE

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