08.05.2012 Non soccorsero il figlioletto di un boss Processo a un medico e a un dirigente

I due sono accusati di non aver curato un bambino di 4 anni che si sentì male mentre era con la madre in visita al padre

ROMA – A processo a Roma un medico e un dirigente sanitario di Rebibbia accusati di non aver soccorso il figlioletto di un boss della Camorra in visita al padre. Un bambino di 4 anni, poi operato d’urgenza, in condizioni disperate, al reparto di chirurgia pediatrica del San Camillo per una appendicite gangrenata perforata in peritonite. Il fatto risale al 2 marzo 2010, venerdì la ricostruzione in aula davanti all’VIII sezione penale del tribunale di Roma alla quale spetterà giudicare se davvero il dottor Guido G. abbia evitato di soccorrere il bambino solo per sua noncuranza oppure perché il suo capo amministrativo Francesco Maria C., gli abbia imposto di non farlo perché fuori dalla loro competenza, a dispetto dei regolamenti che impongono l’intervento sul personale, sui detenuti e familiari.

IL MALORE AL IV BRACCIO – Il bambino si era sentito male all’improvviso, al IV braccio, reparto collaboratori, mentre si trovava con il fratellino di 5 anni e la mamma sotto la sorveglianza di un agente penitenziario. Un colloquio lungo, dalle 9 alle 15.30. «Poco dopo l’una però la situazione è precipitata», ha raccontato il padre in aula «mio figlio ha cominciato a dire che aveva mal di pancia e col passare del tempo diventava sempre più pallido. Tramite la guardia abbiamo chiesto l’aiuto di un medico: la risposta è stata che il dottore e il dirigente sanitario dicevano che non spettava loro soccorrerlo. Mio figlio poi ha perso i sensi in macchina mentre l’altro si disperava nel vedere la madre piangere. Così mia moglie è andata in cerca di un ospedale».

L’OPERAZIONE D’URGENZA – Prima tappa (non conoscendo l’ospedale più vicino) al San Giovanni Addolorata, dove vista la situazione, è stata dirottata al Bambin Gesù, e per mancanza di posti, al San Camillo dove il piccolo è stato operato d’urgenza. «Gli avevano dato poche ore di vita» ha aggiunto il marito in aula «Allora io, a quell’epoca detenuto per 416 bis, ho preso carta e penna e ho presentato un esposto al ministero. Non ci hanno chiamato neanche un’ambulanza».

LA CONFERMA DEGLI AGENTI – L’agente di turno ha confermato: «Il bambino era un lamento, aveva accenni di conati, forte sonnolenza, l’ho visto. Il detenuto mi ha detto di avvertire il medico di guardia, ma il dottore di turno mi rispose che stava smontando. Era l’una e 20». Il dottor Guido G., in realtà, finiva il suo turno alle 14, è stata la ricostruzione della procura. Qualche minuto dopo però il medico chiamerà l’assistente capo di turno al IV braccio per dare altre spiegazioni. «Il dottore» ha riferito in udienza l’assistente capo ai giudici «mi disse che su disposizione del dirigente sanitario non poteva intervenire per quel soccorso sollecitato e consigliava quindi ai parenti del bambino di portarlo fuori». Vista la situazione il direttore del carcere, però, ha autorizzato il padre-boss a fare per quel pomeriggio due telefonate, visto che la prima è andata a vuoto: non era riuscito a parlare con la moglie: lei piangeva e basta.

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