26.04.2012 «Per salvare Morosini bastava poco»

Il cardiologo Schwartz e la sicurezza in campo: «Formiamo i tesserati, eviteremo drammi»

 

PAVIA. «Il problema non è la causa dell’arresto cardiaco che ha colpito Piermario Morosini: il punto è che il calciatore morto sul campo di Pescara poteva e doveva essere salvato. E per salvarlo sarebbero bastate semplici manovre che ogni medico sportivo deve conoscere». Peter Schwartz, direttore della cattedra di cardiologia dell’università di Pavia e della Unità coronarica del San Matteo, non usa giri di parole: il 25enne calciatore del Livorno non doveva morire in campo. E per scongiurare altri drammi, magari sui campi dove giocano dilettanti e ragazzini, basterebbe formare, di fatto a costo zero, gli accompagnatori e gli stessi giocatori delle squadre. «A fare chiarezza sulle cause dell’arresto cardiaco che ha colpito Morosini sarà forse l’autopsia – spiega il professor Schwartz -. Per quanto ne so, si è trattato di una aritmia cardiaca fatale e cioè, semplificando, di un problema elettrico. E i problemi elettrici del cuore sono reversibili». Si è detto che tra le possibili cause di questa aritmia ci possano essere malattie di origine genetica, quale la sindrome del QT lungo, di cui il professor Schwartz è considerato il massimo esperto mondiale. «Dagli elementi a mia disposizione ritengo che, in questo caso, la sindrome del QT lungo sia improbabile- risponde Schwartz -. Ma il punto è un altro: le cause dell’arresto cardiaco che può portare alla morte improvvisa di un atleta sono pochissime e ogni medico sportivo ha il dovere di conoscerle. Sappiamo tutti che gli atleti possono avere un arresto cardiaco e il medico sportivo deve essere preparato ad affrontarlo come farebbe con uno strappo muscolare, una frattura o un trauma cranico».

Sarebbe bastato un defibrillatore per salvare Morosini o, poche settimane prima, il pallavolista Vigor Bovolenta? «Ma certo. Nel caso di Morosini sarebbe bastata una semplice manovra di rianimazione cardio-polmonare – risponde il cardiologo -. Massaggio cardiaco e respirazione bocca a bocca. Una manovra di questo tipo eseguita correttamente consente al paziente in arresto di sopravvivere per molti minuti senza che l’assenza di ossigeno al cervello provochi danni irreversibili: la defibrillazione, poi, ristabilisce il ritmo cardiaco e il paziente può essere trasportato in ospedale per le cure successive». Perché questa procedura non è stata applicata sul campo del Pescara quando Morosini si è accasciato? «Non lo so – allarga le braccia il docente -. Il calciatore è caduto e poi si è rialzato per un attimo; questo avviene spesso nelle morti degli atleti. La spiegazione è semplice. L’aritmia iniziale si chiama tachicardia ventricolare: il cuore passa da 70 a circa 200 battiti al minuto e la pressione arteriosa si abbassa di molto. Questo provoca la caduta a terra. In posizione orizzontale la pur bassa pressione del sangue è sufficiente a portare ossigeno al cervello e la persona si può rialzare, ma una volta in piedi la pressione è insufficiente e cade di nuovo. Dopo 1-2 minuti, o poco più, la tachicardia si trasforma in fibrillazione ventricolare: cioè il cuore passa di colpo a circa 600 battiti al minuto, non riesce più a pompare sangue e la pressione arteriosa cade a zero. Da questo momento in circa 7-8 minuti compaiono danni cerebrali irreversibili. Ma questo non è affatto inevitabile. I medici presenti sul campo dovevano in meno di un minuto iniziare il massaggio cardiaco e la respirazione bocca a bocca che avrebbe mantenuto intatte le funzioni cerebrali. Poi in un paio di minuti si doveva fare la defibrillazione elettrica. Morosini sarebbe vivo».

Stiamo parlando di serie B, calciatori professionisti seguiti, anche in campo, da almeno un medico. E se un arresto cardiaco avesse colpito un ragazzino delle giovanili o uno qualunque dei 37349 tesserati nelle federazioni sportive della provincia di Pavia? I medici in campo sono mosche bianche. «Non è necessario essere medici per praticare correttamente una manovra di rianimazione cardio-polmonare – risponde Schwartz – Da 40 anni, a Seattle negli Stati Uniti, poliziotti e pompieri sono addestrati a farlo e ogni auto di pattuglia ha a bordo un defibrillatore. Poi hanno addestrato anche i normali cittadini: è bastato per far crollare del 25 per cento le morti improvvise». Ma formare accompagnatori e giocatori costa. «E perché? – conclude Schwartz –. Basta un corso di 4 ore che si può tenere in tutti gli ospedali che hanno una medicina d’urgenza o il 118. E i corsi potrebbero coinvolgere i giovani giocatori: avremmo una generazione in grado di aiutare compagni in caso di arresto cardiaco».

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