17.04.2012 Nessuno utilizzò defibrillatore

Ce n’erano tre, ma non sono stati utilizzati né in campo né sull’autombulanza. I medici presenti confermano: “Non sapevamo neanche se ci fosse”. In serata il feretro è arrivato a Bergamo

Nessuno utilizzò defibrillatore  per tentare di salvare Morosini

PESCARA  –  Non è stato usato nessun defibrillatore per tentare di salvare la vita di Piermario Morosini nei drammatici e concitati minuti successivi a quel maledetto trentunesimo minuto di gioco di Pescara-Livorno. Non sono stati utilizzati i due defibrillatori che pure erano disponibili in campo, e non è stato usato il defibrillatore presente all’interno dell’autoambulanza, in quel viaggio disperato (iniziato anche con cinque minuti di ritardo a causa del blocco causato dall’auto dei vigili di Pescara). Sono due i medici presenti al momento dei soccorsi a confermare il mancato utilizzo dei tre defibrillatori. E le loro testimonianze assieme al risultato dell’autopsia potrebbero diventare decisive per l’inchiesta appena avviata dalla procura di Pescara con l’ipotesi di “omicidio colposo”. Già perché ora dopo l’esame del medico legale Cristian D’Ovidio si sa che Morosini è rimasto in vita almeno altri dieci minuti. “Si muoveva, aveva le convulsioni” racconta Marco uno dei soccorritori del 118. Morosini – ha stabilito l’autopsia – anche se aveva il “cuore fermo”, era vivo. Nessun aneurisma. Nessun infarto. Niente di fulminante. Il giovane calciatore è stato vittima di un arresto cardiaco, il cuore ha smesso di pompare provocando “l’azzeramento della gettata cardiaca e l’annullamento della profusione dei vari organi”. È morto, quindi, tra le braccia dei suoi soccorritori che cercavano di rianimarlo. Ma ora si dovrà far luce sulla “qualità”

di quell’intervento in emergenza. Racconta Ernesto Sabatini, medico del Pescara: “Quando sono arrivato sul terreno di gioco per soccorrerlo c’era già in azione lo staff del Livorno insieme al nostro massaggiatore. Io mi sono occupato solo del massaggio cardiaco. Il defibrillatore? Non è stato usato, non sapevo nemmeno che ci fosse”.

In base alla ricostruzione del personale del 118 presente a bordo del campo era il medico del Livorno in quel momento il sanitario “guida” colui che avrebbe dovuto dirigere i soccorsi. E a cui sarebbe toccato il compito di decidere se utilizzare o meno il defibrillatore. Poi c’è stato il “pasticcio” dell’autoambulanza ed è a quel punto che è arrivato sulla “scena” dell’ ermergenza il primario dell’ospedale civile di Pescara Leonardo Paloscia che è salito con il giocatore sull’autombulanza. E anche lì, nessuno ha utilizzato il defibrillatore. “Si è vero, non è stato utilizzato” risponde Paloscia “ma non so quanto possa essere influente considerando che il tragitto fino all’ospedale è stato molto breve, appena tre minuti”. Solo in ospedale, dopo ben oltre i dieci minuti forse decisivi per Morosini un defibrillatore è stato collegato al corpo del povero ragazzo.

Intanto, il corpo del ragazzo nella serata è arrivato a Bergamo. Ad aspettare il feretro, vicino allo stadio, c’erano centinaia di tifosi nerazzurri con striscioni e bandiere. Con loro c’erano anche l’allenatore dell’Atalanta Stefano Colantuono, Stefano Percassi, il figlio del presidente, e Pierpaolo Marino, direttore tecnico.
Quando l’auto funebre è arrivata in viale Giulio Cesare è partito un lunghissimo applauso, tra la commozione generale. Un tifoso ha deposto una corona di fiori sulla vettura, che poi è ripartita verso la vicina chiesa parrocchiale di Monterosso, distante circa un chilometro. Come previsto, il corteo dei sostenitori nerazzurri si è accodato e l’ha seguita fino alla camera ardente, che aprirà domani mattina alle 9 per consentire agli amici e a tutti i tifosi di rendergli l’ultimo omaggio.

Il suo cuore invece è rimasto a Pescara, almeno per il momento. È stato necessario asportare l’organo per consentire esami più approfonditi. Il medico legale Cristian D’Ovidio – che ha esaminato per oltre cinque ore il cadavere del ragazzo – vuole verificare con attenzione la “leggera” malformazione congenita che pare emergere da una prima “ricognizione visiva”. E per fare questo occorre un esame specifico che richiede tempo. Resta poi un altro fattore da chiarire. Sempre durante la “ricognizione visiva” D’Ovidio ha individuato nello stomaco del giovane “un elemento esterno”, probabilmente ingerito poco tempo prima della partita: si tratta di “filamenti” che saranno analizzati e verificati attraverso un esame tossicologico. A seguire l’autopsia c’era anche un perito tossicologico, la dottoressa Simona Martello che nei prossimi giorni consegnerà la sua relazione nelle mani della procura di Pescara. Anche i successivi esami del dna – che saranno effettuati presso l’università Cattolica di Roma – potrebbero contribuire a fare chiarezza su un aspetto centrale: se l’arresto cardiaco fosse o no riattivabile. In sostanza, la procura punta a saperne di più non solo sui tempi dei soccorsi, ma sulla loro qualità. Certo è che l’esito dell’autopsia ha colto di sorpresa gli stessi inquirenti, soprattutto perché i commenti “a caldo” di diversi medici intervenuti sul posto raccontavano di una morte “sul colpo”. Ora si sa che non è andata così. Questa novità farà definitivamente decollare l’inchiesta della procura per omicidio colposo, per ora contro ignoti.

Nei prossimi giorni, i magistrati Cristina Tedeschini e Valentina D’Agostino interrogheranno (insieme agli agenti della Digos) tutto il personale medico che è intervenuto in soccorso del ragazzo e ricostruiranno la vicenda nei minimi dettagli. Sebbene siano ancora accese e in primo piano le polemiche sulla vicenda dell’automobile della polizia municipale parcheggiata in divieto di sosta – quella che ha ostacolato per alcuni minuti l’accesso dell’ambulanza allo stadio durante i soccorsi – per il momento il caso resta un fatto “secondario” per l’inchiesta: questo perché il primo soccorso al giocatore è stato portato dal personale a bordo del campo. Intanto, il collegio disciplinare del Comune di Pescara ha attivato nei confronti del vigile responsabile un procedimento disciplinare. Sono previsti un contraddittorio con processo interno e una sanzione disciplinare, che va da una sospensione minima di undici giorni fino a un massimo di sei mesi. La decisione sarà presa il 7 maggio. Fino a quella data l’ufficiale della polizia municipale non sarà in servizio: si è autosospeso

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