03.02.2012 Piacenza, la città più cardioprotetta d’Italia

E Seattle è al primo posto nel mondo. Nelle città emiliane sono all’avanguardia per l’uso del defibrillatore

 

La città più «cardioprotetta» del mondo ? Seattle, negli Stati Uniti, a detta degli esperti. In Italia, invece, il palmares spetta a Piacenza. È qui che tredici anni fa è partito il Progetto Vita, il primo progetto Europeo di defibrillazione precoce sul territorio realizzato per prevenire la morte improvvisa da arresto cardiaco. «Nel ’98 ero negli Stati Uniti e mi hanno chiamato per una riunione alle 6 di mattina. Mi hanno mostrato questo nuovo apparecchio — racconta Alessandro Capucci, ideatore del progetto e oggi direttore della Clinica di cardiologia dell’Università Politecnica della Marche —. Ebbi la netta sensazione che si sarebbe potuto “fare la storia” della defibrillazione, diffondendolo e facendolo usare da tutti». Tornato a Piacenza, Capucci lo ha proposto ad alcuni suoi colleghi, tra i quali la cardiologa Daniela Aschieri, e sono iniziati incontri con la cittadinanza per divulgare questa nuova cultura dell’emergenza e per raccogliere i fondi necessari al progetto.

«Il personale laico a Piacenza è addestrato in prima battuta alla defibrillazione: due ore di corso per imparare a defibrillare. Successivamente, chi lo richiede può frequentare il corso di rianimazione cardiopolmonare BLS — dice Daniela Aschieri, oggi responsabile medico del Progetto Vita — . Perché non tutto insieme? Abbiamo pensato che la soluzione più semplice ed efficace per impostare un programma di defibrillazione sul territorio fosse insegnare solo a defibrillare. Allora, era improponibile coinvolgere laici, poliziotti e volontari in genere a fare lunghi corsi di rianimazione, mentre imparare ad usare un defibrillatore è estremamente facile. Così tutti hanno accettato. Un modello sperimentale semplice che ha permesso di salvare 78 vite in 13 anni, dati che abbiamo pubblicato anche sulla rivista Circulation». In questo modo sono stati addestrati 8 mila piacentini per l’utilizzo dei 250 defibrillatori distribuiti sul territorio cittadino e provinciale. «La base di questa scelta è semplice: — aggiunge Aschieri — un sistema di defibrillazione precoce deve organizzarsi per permettere l’arrivo di un defibrillatore in 3-5 minuti. L’ambulanza arriva con i sui tempi, più o meno lunghi. Se i laici, possibilmente coordinati dal 118, arrivano prima, defibrillano. E se arrivano entro 3-5 minuti spesso la defibrillazione è sufficiente. A Piacenza, in città, l’ambulanza arriva entro 8 minuti e il sistema funziona».

Nella città emiliana adesso si stanno spingendo oltre nel concetto della defibrillazione di comunità. «Stiamo mettendo cartelli che indicano come usare in tre mosse il defibrillatore — dice la cardiologa — in modo da stimolarle l’uso, in caso di necessità, anche se non si è seguito il corso. Così fanno negli Stati Uniti: all’aereoporto di Chicago la gente impara occasionalmente con un video come si usa lo strumento e lo applica in caso di bisogno. Credo debba essere così: mettere un “DAE” di fianco ad ogni estintore, lasciare la gente libera di usarlo senza corsi di addestramento specifico». L’impostazione piacentina non raccoglie consensi unanimi. «Qui puntiamo su una cosa diversa: — dice Alberto Zoli, direttore generale di Areu 118 Lombardia — il minimo indispensabile di defibrillatori sul territorio, mentre ogni ambulanza, sia quelle adibite al semplice trasporto sia quelle per il soccorso, deve averne uno. Preferisco avere il defibrillatore dove mi serve, soprattutto perché a bordo dell’ambulanza ci sono persone che sanno farlo funzionare».

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