Gli scherzi del cuore e i defibrillatori che mancano

UN DIFENSORE CENTRALE NON MOLLA MAI!

Guarda le immagini di quel tremendo pomeriggio di settembre. Sono terribili. Non è la prima volta che lo fa. Allora aveva 31 anni. E due figli. E una moglie in attesa del terzo. Anche oggi, 14 mesi più tardi, ripete a se stesso: “A questo film manca la parte più bella, quella finale”. Nessuno l’ha girata, gli operatori delle tv che si occupano del calcio dilettantistico se ne sono andati quando ormai la morte sembrava avere vinto.

Ma il lieto fine c’è. Il lieto fine è lui. Seduto nel suo studio di consulenza commercialistica, alto, bello, in piena salute, il fisico che si addice a un difensore centrale, capitano di una delle più quotate squadre del campionato di Eccellenza del Lazio, l’Albalonga, Luigi Di Bartolomeo racconta di quel giorno e di quelli, lunghi e difficili, che l’hanno seguito.

Il malore
“Giocavamo in casa del Real Pomezia – dice Luigi – e fino alla mezzora del primo tempo ricordo la partita. Il resto l’ho ricostruito con le riprese e con la memoria degli altri. Sono caduto in avanti. Senza un comprensibile motivo. Morte improvvisa, la chiamano. Avevo preso due pallonate, una sull’inguine, l’altra a livello della gabbia toracica. Ma botte così sono consuete, ed innocue, nelle partite di calcio. Invece io ero lì, senza conoscenza, la pelle improvvisamente diventata color neve. Due compagni, con la forza della disperazione, mi hanno girato e prestato i primi soccorsi, hanno spostato la mia lingua perché non soffocassi. E il massaggiatore ha lavorato secondo le sue competenze in attesa che giungesse l’ambulanza ”.

Arriva l’ambulanza
L’ospedale di Pomezia, per fortuna, è attaccato allo stadio e l’ambulanza arriva in 8-9 minuti. Ma sono sempre tanti, troppi, quando c’è un arresto cardiaco. I danni cerebrali si verificano molto prima e, quasi sempre, anche la morte. Daniele, l’infermiere di servizio, tenta per tre volte la defibrillazione. Inutilmente. Luigi viene caricato sull’ambulanza e il medico emette la sua sentenza. Apparentemente irrevocabile, ma assolutamente logica: “Non c’è più niente da fare”. E già le radio parlano di “gara sospesa per la morte di un giocatore”. Tutto il Lazio, e non solo, sa subito della tragedia. Non la madre e la moglie, che le radiocronache non le ascoltano. E il padre è in cielo da quando il futuro leader del reparto arretrato era solo un ragazzo. Daniele guarda le mani di Luigi. Vede la fede e si impunta: “Questo ragazzo è sposato, dottore, lascia una famiglia. Finché ce la faccio, io provo a rianimarlo”. La quarta defibrillazione va a vuoto. Ma il quinto tentativo rende ragione all’indomita speranza dell’infermiere. Luigi ricomincia a respirare.

La corsa in ospedale
Dopo l’intervento d’urgenza al nosocomio locale, flebo e punture, il giocatore viene portato a Roma, al San Camillo. Le sue condizioni sono gravissime. Stasera a casa non torna. A domani potrebbe non arrivarci. E, se supererà la crisi, molto difficilmente le sue funzioni vitali saranno le stesse di prima. Occorre avvertire la moglie, Fabiola, incinta di 5 mesi. Se ne incarica un amico: “Luigi ha preso una brutta botta – le dice al telefono cercando di sdrammatizzare – ed ora è ricoverato”. La simulazione sarà un po’ più complicata per un altro amico, quello che accompagna la signora in macchina verso la struttura sanitaria e, mentre è al volante, riceve una chiamata di cordoglio da qualcuno che ha saputo del decesso attraverso una delle ormai non più controllabili fonti.

La moglie al capezzale
Fabiola arriva al San Camillo e parla col presidente dell’Albalonga : “Luigi ha ricominciato a respirare”, le dice il massimo dirigente della società. Si rende conto, allora, di quello che è veramente successo. Ma anche in lei, subito, l’incrollabile speranza di rivedere vivo e sano il suo uomo prende il sopravvento sulla disperazione. L’ospedale si è ormai riempito. Nel mondo del calcio Luigi è molto conosciuto. A chi le fa le condoglianze, Fabiola risponde, con dignitosa fierezza: “Mio marito non è morto”.

Un mese sul lettino
“Sono rimasto in ospedale per quasi un mese – ricorda Luigi – e piano piano ho superato lo stato di confusione indotto dal coma farmacologico. Mi hanno dato del miracolato, non si spiegano ancora perché il mio cuore, per quanto allenato e certamente in grado di reagire più del normale, non abbia riportato danni. E perché tutte le mie funzioni siano integre. Alle dimissioni mi dissero addirittura che non avevo bisogno del minidefibrillatore automatico che invece porto grazie al parere unanime della dottoressa Silvia Priori di Pavia e del dottor Leonardo Calò del ‘Casilino’ di Roma. I dispositivi attuali, peraltro, non ingombrano, hanno batterie che durano anni, trasmettono i dati in tempo reale alle strutture sanitarie, danno lo shock se dovesse servire, evitano scosse inappropriate. Insomma, ti fanno vivere in assoluta tranquillità”.

Troppi campi senza il defibrillatore
Luigi ha la stessa aspettativa di vita di chi non ha mai avuto problemi cardiaci. Può fare di tutto. Magari evitando la parte agonistica. Tanto adesso di carriera ne ha un’altra. Dalla sua esperienza ha tratto utili lezioni che possono (che dovrebbero!) servire a tutti. A partire dalle pubbliche istituzioni.
“In serie D, ormai, c’è un defibrillatore in ogni campo, ma nelle categorie inferiori l’obbligo – precisa Luigi – non esiste e poche sono le società, una è la ‘mia’ Albalonga, che ne dispongono. Eppure un dottore costa soltanto 100 euro a partita e il defibrillatore si può avere gratuitamente e al termine di un corso, anch’esso senza spese, sul suo corretto utilizzo. Salvare vite umane dovrebbe essere un obbligo morale, ma non solo, per tutti. Non dimentichiamoci che ogni giorno in Italia ci sono 170 casi di morte improvvisa”.

Strumenti e corsi non costano nulla
I corsi di cui parla Luigi sono organizzati dalla “Fondazione Giorgio Castelli”, nata per ricordare il giovane calciatore dilettante morto sul campo di gioco per un arresto cardiaco mentre si allenava con la sua squadra la sera del 24 febbraio 2006 tra le braccia del gemello Alessio e del fratello maggiore Valerio, sotto lo sguardo attonito dei compagni di squadra. La onlus è presieduta dal padre dello sfortunato ragazzo, dottor Vincenzo Castelli. I defibrillatori dovrebbero essere installati anche in tanti altri luoghi pubblici, come insegna la prossima storia.

Fonte: TELEVIDEO

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