A Roma, il miracolo l’ha fatto.. San Paolo

Colpisce a caso e a tradimento. Vince quasi sempre. Sennò non si chiamerebbe così. La morte improvvisa non guarda nemmeno all’estetica perché ci ha provato anche con Daniela Milazzo, ventotto anni e qualche precedente agonistico, simpatica, piena di vita, bellissima. Ma stavolta la terribile sindrome ha perso.

Sul treno l’arresto cardiaco
Arrivata in treno da Pescara per una trasferta richiestale dall’istituto di credito dal quale dipende, la giovane donna era a Roma quell’11 maggio del 2010. Viaggiava sulla linea B della metropolitana, dall’Eur verso il centro storico. Prima di arrivare a San Paolo, ecco il colpo di calore, le gambe che cedono, la perdita di sensi, il crollo. Situazione disperata, tutti capiscono che non si tratta di un semplice svenimento. I minuti di arresto cardiaco sono fortunatamente solo cinque (comunque non pochi) per la felicissima combinazione di due eventi: l’intervento di una persona – probabilmente un medico – che pratica la rianimazione cardiopolmonare e la presenza di un defibrillatore nella stazione di San Paolo. Tirata fuori dal vagone, Daniela viene portata in ospedale. Si risveglierà, naturalmente spaesata, in terapia intensiva. Resta lì per una decina di giorni. Non rivede quell’uomo, “angelo” dice lei, che le ha salvato la vita, che ha scelto di aiutare una persona a lui sconosciuta e di rimanere tale anch’egli dopo avere fatto quello che riteneva un dovere. “Esistono ancora persone così”, commenterà poi la ragazza, compiaciuta.

La “Sindrome del Qt lungo”
Daniela si rende conto solo dopo di quello che è successo. Ne cerca le ragioni e qualcosa trova. Ha un cuore forte, ma con qualche problema ‘elettrico’. La sua disfunzione si chiama “Sindrome del Qt lungo”. Le conseguenze, se non si è sotto controllo, possono essere serie, specie in caso di stress e carenza di potassio. “Da bambina ho avuto qualche svenimento – spiega – ma si sarebbe potuto trattare di eventi legati all’adolescenza, facevo sport e gli sforzi quotidiani che tutti compiono mi pesavano esattamente come agli altri. Un cuore che non dava problemi, insomma”.

“Il matrimonio non lo sposto”
Ora la sua vita è normale, le è stato impiantato il mini-defibrillatore sottocutaneo, può essere tranquilla. “Certo che lo sono – afferma con orgoglio – e lo sono stata da subito”. Ci scherza sopra: “Avrei dovuto sposarmi a giugno, poco dopo ‘l’incidente’, e sa cosa ho fatto? Mi sono sposata a giugno. E nel giorno inizialmente previsto”. Poi, più seriamente: “La festa, se possibile, è stata ancora più bella, più vera, più sentita. Per tutti le nozze rappresentano l’appuntamento più importante della vita. Io ho un motivo ulteriore per considerarle indimenticabili.”

Lezione personale. E…collettiva
“Ho appreso – conclude – qualcosa per me e per la mia famiglia. Un fratello che faceva sport e ha un cuore come il mio, per precauzione ha lasciato l’agonismo. Ma non incontrerà altri problemi. E io avrò dei figli. Ho imparato anche qualcosa che dovrebbe valere per tutti. Non si può lasciare al caso la sicurezza della gente. Se mi fossi sentita male in un’altra stazione (e vale quasi per tutte), ora non sarei qui a raccontarlo. I defibrillatori devono essere disponibili in tutti i luoghi pubblici e quante più persone possibile devono essere messe in grado di usarli. Moltissime morti potrebbero così essere evitate. Non conta niente questo?”.

Fonte: TELEVIDEO

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