Morire di sport

Su 224 casi accertati di morte improvvisa a seguito di arresto cardiaco, verificatisi negli ultimi trenta anni in Italia, più della metà è avvenuta in un campo di calcio (la casistica è stata elaborata dalla Scuola di specializzazione di Medicina dello Sport della Cattolica tramite agenzie di stampa e quotidiani sportivi consultati dal 1978 a oggi)).

Nell’ 84% di questi casi la morte è sopraggiunta in atleti di basso livello agonistico, mentre solo nel 6,4% sono state vittime di morte improvvisa sportivi di livello professionistico. Si è riscontrata, inoltre, una larga prevalenza di maschi: 9 volte su 10 l’arresto cardiaco, risultato fatale, si è verificato durante l’allenamento (nell’89% dei casi), mentre solo nell’11% è avvenuto durante la gara. Inoltre, tale casistica indica che nella grande maggioranza dei casi la morte è avvenuta durante l’attività sportiva, nel 17,4% dei casi immediatamente dopo l’attività sportiva e solo nel 3,6% subito prima dell’evento agonistico (nello spogliatoio, all’entrata in campo). Ne risulta, dunque, come la fase in cui gli sportivi sono più a rischio di morte improvvisa sia quella dell’esercizio fisico (79%).

Sono questi alcuni dei dati emersi nel corso seminario interdisciplinare Il trattamento dell’arresto cardiaco sul campo di gara e d’allenamento, tenutosi lunedì 14 aprile presso il Policlinico universitario “Agostino Gemelli”, e promosso dalla Scuola di specializzazione in Medicina dello Sport dell’Università Cattolica di Roma, diretta dal prof. Paolo Zeppilli, in collaborazione con la Scuola di specializzazione in Cardiologia, diretta dal prof. Filippo Crea.

Il meeting scientifico è stato l’occasione per rispondere a importanti interrogativi. Perché spesso il cuore degli sportivi fa le bizze, fino a fermarsi? Come si spiega il paradosso della peggiore prognosi dell’arresto cardio-circolatorio negli atleti rispetto alla popolazione generale? Perché l’attività sportiva può comportare rischi di arresto cardiaco? Inoltre, cosa fare per evitare questo rapporto perverso tra attività fisica e malattie cardiovascolari?
A rispondere ai quesiti sono stati chiamati gli specialisti della Cattolica Andrea Scapigliati, ricercatore presso l’Istituto di Anestesiologia e Rianimazione, Tommaso Sanna, ricercatore presso l’Istituto di Cardiologia, e Maurizio Pieroni dirigente medico presso l’Unità Operativa di Cardiologia del Policlinico Gemelli.

“L’opinione pubblica accetta con difficoltà che un atleta possa essere vittima di un arresto cardiaco perché nell’immaginario collettivo è considerato un simbolo di salute”, ha dichiarato in apertura dei lavori il prof. Fulvio Bellocci, responsabile dell’Unità Operativa di Cardiologia del Gemelli.
Tuttavia, anche recentemente la storia dello sport professionistico è stata tragicamente punteggiata da morti improvvise, come quella del giovane calciatore del Siviglia Antonio Puerta, di Darcy Robinson, 26enne giocatore di hockey, o del calciatore del Benfica Miklos Feher, che a soli 23 anni perse la vita durante un incontro di campionato.

Si stima che ogni anno una persona su 800 venga colpita da arresto cardiaco. Se non è trattato tempestivamente porta nel giro di pochi minuti a morte improvvisa, di cui in Italia avvengono circa 50 mila casi all’anno. E in ancora troppi casi anche gli impianti sportivi sono il tragico teatro di tali eventi.

“I dati dell’arresto cardiaco negli atleti non sono lusinghieri, quantunque deve essere sottolineato come in Italia il numero e la qualità dei controlli sugli sportivi che praticano attività agonistica sia davvero esemplare in confronto con gli altri Pesi europei”, ha sinteticamente detto il prof. Zeppilli, docente di Metodi e didattica delle attività motorie all’Università Cattolica di Roma e responsabile dello staff sanitario della Nazionale italiana di calcio.

“Va pure detto  – ha proseguito – che nel caso di esercizi estremi si ha maggiore rischio di morte improvvisa, perché sono le situazioni in cui l’atleta richiede al cuore uno sforzo notevole, che può a volte rivelarsi fatale”.

Un ritardo nella diagnosi di arresto cardiaco, la marcata attivazione adrenergica al momento dell’arresto cardio-circolatorio, oltre che un diverso substrato patologico dello sportivo (ovvero il tipo di patologie in causa, più spesso cardiomiopatie o anomalie coronariche congenite): sono queste le cause invocate dagli esperti per spiegare il motivo del minore successo di un eventuale defibrillazione sul campo riscontrata in alcune casistiche.

 

 

Ma cosa si può fare per contrastare questo fenomeno?

Anche se talvolta ci si trova nell’impossibilità di prevedere un rischio di arresto cardiaco, gli esperti concordano come una completa e accurata visita specialistica di idoneità sportiva possa costituire un importante fattore di prevenzione in grado di far diminuire sensibilmente le morti improvvise nello sport.
“Spesso l’unico rimedio per interrompere la fibrillazione ventricolare, che porta all’arresto cardiaco, è la defibrillazione elettrica” (ossia l’erogazione al cuore di una scarica elettrica, mediante defibrillatore semiautomatico), ha detto l’anestesista Scapigliati, che ha poi mostrato con un rapido training ai medici partecipanti come gestire al meglio la situazione di perdita di coscienza di uno sportivo durante l’attività fisica.

“Il rapido intervento sull’atleta con un defibrillatore potrebbe salvare molte vite – sostiene ancora Scapigliati -. Una defibrillazione correttamente esguita può infatti ripristinare un ritmo cardiaco valido, con ripresa della contrazione efficace del cuore e recupero dello stato di coscienza senza che vi siano danni cerebrali”. Ma per raggiungere questi obiettivi occorre intervenire sulla messa in sicurezza dei campi di allenamento e di gara, soprattutto quelli dove si pratica il calcio a livello dilettantistico in cui più carente sono i mezzi per un rapido soccorso.

Questa azione di prevenzione è realizzabile non solo dotando gli impianti sportivi di strumentazioni di emergenza adeguate, ma anche incrementando la presenza di personale qualificato a bordo campo in grado di intervenire correttamente in caso di necessità per prestare soccorso. Gli esperti hanno cioè concordato sulla importanza di “creare una cultura cardiologica di base”. Tali interventi, infatti, possono essere decisivi per salvare la vita di molti sportivi.

Fonte: POLICLINICO GEMELLI

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